Edificata più volte nel corso dei secoli (nel 1300 e nel 1474), la chiesa attuale è frutto della seconda ricostruzione, avvenuta tra 1752 e 1780, per volontà di monsignor Alessandro Fè, vescovo di Modone e preposto alla Collegiata di San Nazaro; il suo busto, opera di Beniamino Simoni (1786), occupa la nicchia sopra il portale maggiore della facciata.


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Il camuno Beniamino Simoni è l’autore della Via Crucis di Cerveno (1752-1761), uno dei capolavori della scultura naturalistica italiana; qui in San Nazaro, l’artista assume modi più consoni ad una committenza di gusto aulico, come risulta evidente anche nelle due statue con San Pietro e San Paolo nell’abside della chiesa (1773).

La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!

Artefici della imponente ricostruzione in stile classicheggiante, in voga nella Brescia di metà Settecento, furono gli architetti Giuseppe Zinelli e l’abate Antonio Marchetti; quest’ultimo era uno dei favoriti del cardinale Angelo Maria Querini, impegnato assiduamente nel completamento del Duomo Nuovo.

La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!
La grande aula unica, scandita da arcate e profonde cappelle, rispondeva alle più moderne esigenze religiose e a quelle istanze di nobiltà classica e decoro propugnate dal cardinal Querini, vero dittatore del gusto bresciano per buona parte del XVIII secolo.

La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!

Le sette statue sul frontone della facciata sono opera dello scultore comasco Stefano Salterio (1785), che realizza i Quattro Evangelisti, il Redentore e i Santi Nazaro e Celso secondo il suo tipico stile vivace, espressivo e movimentato, come accade anche nelle statue che lo stesso scultore realizzò per il frontone del Duomo Nuovo.
Il coinvolgimento di artisti “ufficiali” quali Marchetti, Salterio e Simoni è, già di per sé, indice della grande importanza attribuita alla collegiata, così chiamata perché retta da un collegio di sacerdoti con a capo un prevosto.

La pala Averoldi di Tiziano: un capolavoro!

L’interno è considerato una vera e propria pinacoteca, che trova il proprio culmine nella pala dell’altare maggiore: il Polittico Averoldi di Tiziano, commissionato dall’autore del secondo rifacimento della chiesa, il legato pontificio Altobello Averoldi (1520-1522).

Abside: coro ligneo e Pala Averoldi - Itinerari Brescia - Fotografia di Laura Gatta

Il sepolcro del committente è conservato nella cappella a sinistra del presbiterio, sul lato destro (1522); l’iscrizione settecentesca che lo identifica come il vescovo Giovanni Ducco è frutto di un’errata identificazione. Di fronte a questo, sul lato sinistro, si trova il sepolcro del cardinale Raffaele Riario (1522), commissionato dallo stesso Averoldi ad un anonimo scultore bolognese, in memoria del prelato cui era stato legatissimo durante il suo soggiorno romano.

La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!

Moretto

Tra le opere cinquecentesche, spiccano alcune tele di Moretto. La splendida Incoronazione della Vergine con i santi Michele Arcangelo, Giuseppe, Francesco e Nicola di Bari, nel terzo altare a sinistra, è comunemente riferita alla metà degli anni Trenta; andrebbe invece anticipata alla fine degli anni Venti, prima della sterzata in senso manieristico dell’arte del Bonvicino.

La preziosità della resa delle stoffe, unita alla generale intonazione perlacea – caratteristica che condivide con la coeva Natività di Cristo già alle Grazie – fanno di questa tela uno dei capolavori della prima maturità del pittore, che non tralascia la sua vena più autenticamente naturalistica nel bellissimo paesaggio sullo sfondo.

Nel quarto altare a sinistra, l’Adorazione dei Pastori con i santi Nazaro e Celso, del 1545 circa, si presenta di intonazione più cupa e malinconica. La tela del terzo altare a destra, invece, raffigura il Cristo in passione con Mosè e Salomone; fu commissionata nel 1541 dalla Scuola del Santissimo Sacramento secondo esigenze più intellettuali e didascaliche, che tendevano ad esaltare e privilegiare l’immagine del corpo e del sangue di Cristo, posto significativamente al centro della composizione.

Pregevolissima opera dei primi anni del Seicento, il polittico con San Rocco e undici scene della sua vita, nel primo altare a destra, è opera del pittore bresciano Antonio Gandino, titolare di una delle botteghe più fortunate nella Lombardia orientale, attivo tra Brescia, Bergamo e Verona. La tela centrale copriva la statua marmorea policroma del santo, ora conservata nell’atrio della collegiata e riferita ad anonimo scultore della prima metà del Cinquecento. Gandino esalta la monumentalità della figura centrale, mentre mantiene un tenore vivace e quotidiano nelle scene laterali.

Il Settecento lascia in San Nazaro alcuni capolavori

L’Adorazione dei Magi di Giovanbattista Pittoni (1739), nel quinto altare a sinistra, e la Morte di san Giuseppe di Francesco Polazzo (1738), nel quarto altare a destra, testimoniano una linea di gusto orientata verso il migliore barocchetto veneziano, dalla stesura liquida e veloce, ma sempre attenta a mantenere valori formali solidi e composti, unica concessione al gusto barocco del classicismo queriniano.

La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!

Soprattutto, attorno al 1762, Antonio Calegari scolpisce l’altare di San Giovanni Nepomuceno; il santo boemo campeggia a figura intera, circondato da puttini umanissimi e scherzosi e dalle allegorie dell’Umiltà e della Fortezza. Pur impegnato nel complesso cantiere del Duomo Nuovo, Calegari realizza qui un gruppo di grande novità nel panorama bresciano del tempo; l’artista conferisce particolare importanza alla resa delle stoffe e dei dettagli, lasciando meno spazio alla caratterizzazione fisiognomica del santo, assecondando le correnti neoclassicheggianti che arrivavano anche dalla vicina città di Verona.

La collegiata dei santi Nazaro e Celso: quasi una pinacoteca!

Oltre alla nuova cornice del polittico di Tiziano, gli interventi neoclassici più importanti sono costituiti dai due confessionali e dall’altare maggiore, realizzati su disegni di Rodolfo Vantini, l’architetto del Cimitero bresciano, e l’altare che ospita il dipinto di Gandino, completato entro la prima metà dell’Ottocento da Luigi Donegani.

Fiorenzo Fisogni

Fotografie di Laura Gatta