Luogo di culto dal V secolo…

Le grandiose forme tardo settecentesche dell’attuale chiesa sono il risultato della ricostruzione operata dall’architetto bresciano Giovanni Donegani, avviata nel 1782 e conclusasi nel 1792. La basilica più antica, sorta fuori dalla prima cerchia di mura, si vuole fondata nel V secolo dal santo vescovo Gaudioso. Quando passò ai frati Servi di Maria (1430), questi ne promossero il radicale restauro in forme rinascimentali, grazie soprattutto alle sovvenzioni del capitano veneziano Gentile da Leonessa, devoto a sant’Alessandro, martire cristiano militare della legione Tebea.

La splendida chiesa di Sant'Alessandro

Fu proprio in occasione di questi lavori che, negli scavi della costruzione del presbiterio, fu rinvenuta l’antica urna con i resti di San Gaudioso (1453), evento che conferì particolare pregio all’edificio nell’ambito della devozione cittadina; anche in virtù di questo fatto, la chiesa si arricchì di numerose opere d’arte, molte delle quali restano ancora in loco.
La Fontana a conchiglia di Donegani in Piazzetta Sant'Alessandro - Foto ©ItinerariBrescia

1769: l’esplosione della polveriera

La seconda metà del Settecento, per Brescia, è un periodo di grande fervore edilizio; i Serviti non si sottraggono al desiderio di rinnovamento dell’edificio sacro che, nel 1769, fu gravemente danneggiato dall’esplosione della polveriera di San Nazaro, evento che aveva decretato il rifacimento di buona parte dei quartieri meridionali della città.

La demolizione distrusse il ciclo di affreschi di Lattanzio Gambara e di Camillo Rama, per altro già molto rovinati, stando alle fonti antiche. A causa del costo elevatissimo della nuova costruzione, la facciata rimase sostanzialmente incompiuta; tra 1894 e 1903, l’architetto bresciano Carlo Melchiotti, assessore ai Lavori Pubblici, la terminò sulla base dei disegni lasciati da Donegani.

La splendida chiesa di Sant'Alessandro

I bombardamenti

La soluzione dei timpano spezzato su colonne di ordine gigante è assai tipica dell’edilizia ecclesiastica bresciana e ritorna nel Duomo Nuovo e nella chiesa dei Santi Nazaro e Celso. Nulla resta dei due chiostri del monastero, gravemente danneggiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il nuovo impianto basilicale a navata unica risente del gusto classicheggiante del tempo; le otto cappelle sono inquadrate da grandi arcate e da colonne – in scagliola rossa, ad imitare il marmo, troppo costoso – che toccano la cornice della chiesa, scandendo uno spazio apio e luminoso. Una simile struttura esalta gli altari marmorei e i dipinti in essi contenuti.

In un simile contesto, alcune opere potevano sembrare obsolete; soprattutto il Polittico della Natività di Girolamo Romanino, del 1525, che fu sostituito dal più consono Martirio di sant’Alessandro di Pietro Moro (1790-1791). Non è notizia sicura che la tavola di Romanino fosse venduta ai Fenaroli per far fronte alle grandi spese di ricostruzione; spiacevole o no, questo evento deve essere letto anche alla luce di precisi orientamenti stilistici e di gusto ormai neoclassicheggianti.

La splendida chiesa di Sant'Alessandro

Quello che resta dell’antico polittico è ora alla National Gallery di Londra, mentre ancora incerta è l’identificazione della cimasa e delle antiche ante di copertura, da alcuni riconosciute nelle due tele ora nella sagrestia dei San Nazaro e Celso.

Il capolavoro: l’annunciazione di Jacopo Bellini

Il capolavoro conservato nella chiesa è il polittico con l’Annunciazione di Jacopo Bellini, nella prima cappella di destra, che frate Francesco Landino da Firenze, diventato priore dei Serviti bresciani, andò a ritirare personalmente a Vicenza nel 1444.

Entro una smagliante cornice neogotica ottocentesca, le tavole quattrocentesche fondono la sapienza prospettica rinascimentale con i colori e lo sfarzo del gotico internazionale, che Bellini riprende dalla cultura di Gentile da Fabriano e da Pisanello: la cornice tradizionale non divide più la scena, ma diventa un portico, attraverso il quale si muovono i due personaggi.

La splendida chiesa di Sant'Alessandro

Nella vivacissima predella si leggono la Nascita, la Presentazione al Tempio, la Visitazione, il Miracolo della Madonna della Neve e la Morte della Vergine, in ossequio alla speciale devozione dei Servi di Maria. La Deposizione del secondo altare è opera di Vincenzo Civerchio, del 1504; si segnala per l’acuto senso drammatico di matrice nordico-fiamminga, il chiaro paesaggio sullo sfondo e la presenza di sant’Alessandro, titolare della chiesa.

Pala e predella furono assemblate entro un’unica cornice con la conseguente perdita del polittico originale, per adattare l’insieme al nuovo altare. L’altare marmoreo della terza cappella, con la moderna Addolorata di Angelo Righetti (1943), è opera settecentesca di Antonio Calegari e proviene dalla chiesa di Santa Giulia; acquistato nel 1804, testimonia la volontà dei Serviti di terminare la chiesa anche dopo la lunga pausa delle soppressioni napoleoniche.

La splendida chiesa di Sant'Alessandro

I restanti dipinti di Sant’Alessandro sono un bel campionario della pittura manierista bresciana, culminate con il perduto ciclo di affreschi di Gambara, di cui sopravvive solo l’Ecce homo del 1563, ora trasportato su tela e rimontato nel quarto altare a destra. Un manierismo più quieto, con influenze morettesche e veronesiane, traspare dalla luminosa pala con la Vergine col Bambino e i santi Gerolamo, Giovanni Evangelista, Francesco d’Assisi e Onorio Vescovo, nel terzo altare a sinistra, opera del bresciano Girolamo Rossi; si dibatte ancora se spettino allo stesso Rossi le quattro tele alle estremità delle navate, con episodi dell’ordine dei Servi di Maria, antiche ante dell’organo Antegnati, ora sostituito da quello di Giovanni Tonoli, del 1884. Di un manierismo più nervoso, dalla forte vena archeologica, il dipinto con San Luigi re di Francia fra i Santi Rocco e Sebastiano del primo altare a sinistra.

La scritta “L.S.A.” sulla base del dipinto viene da sempre interpretata come la firma del pittore bresciano Luca Sebastiano Aragonese, ma la rarità dell’artista non consente di operare confronti convincenti. A integrazione e a conclusione del complesso, lo stesso Donegani progettò la fontana nella piazzetta antistante (1787), finanziata dalla famiglia Martinengo Colleoni, proprietaria del palazzo a destra della chiesa.

Fiorenzo Fisogni

Fotografie di Nicol Pini