14 ottobre 1519: arrivano i Frati Minori Osservanti

La prima pietra della chiesa dei Frati Minori Osservanti, francescani, fu posta il 14 ottobre 1519 dal vescovo Mattia Ugoni, mentre il retrostante convento fu iniziato nel 1534 e trovò la fine solo nel 1610, con l’erezione del terzo e ultimo chiostro; la chiesa fu sostanzialmente terminata attorno al 1580, con l’edificazione del cavalcavia che la unisce al monastero.

La chiesa di San Giuseppe

I Frati Minori provenivano dalla chiesa dei Santi Bernardino e Rocco ai Ronchi, distrutta nel 1517 per decreto della Repubblica veneta, che aveva deciso di demolire tutti gli edifici nel raggio di un chilometro e mezzo dalle mura, per meglio difendere la città dopo l’esperienza traumatica del sacco di Brescia (1512).

Fu loro assegnata l’area adiacente alla Contrada degli Orefici, a vocazione artigianale e prossima al postribolo, il quartiere delle prostitute. La Serenissima diede ampio appoggio ai Minori che, con una nuova chiesa, avrebbero riqualificato una zona così vicina alla “nuova” Piazza della Loggia. I religiosi, inoltre, avrebbero portato con sé alcuni degli arredi della chiesa, come il bellissimo coro ligneo di Clemente Zamara (1500), rimontato sull’altare maggiore del nuovo edificio.

La chiesa di San Giuseppe

Le caratteristiche rinascimentali…

La facciata, stretta in un vicolo, mantiene intatte le sue caratteristiche rinascimentali di sobrietà e decoro, con la leggera partitura delle cornici che suggeriscono la scansione dello spazio interno e il semplice rosone. Lo spazio interno è un esempio grandioso di forme rinascimentali ancora legate allo stile gotico lombardo: le ampie campate sono scandite da volte a crociera con chiavi ben visibili; le cappelle laterali, dieci per navata, seguono invece una ritmica decisamente moderna.

La chiesa di San Giuseppe

Lo spazio, qualche volta definito “attardato” proprio per queste scelte, si rivelava invece perfettamente funzionale per l’attività che era affidata agli Osservanti: la predicazione ai ceti popolari e artigianali.

Se è vero che il coro è fortemente rialzato perché i frati non poterono occupare il vicolo retrostante la chiesa – il nobile proprietario decise di non vendere il terreno – è anche vero che questa soluzione avrebbe reso più agevole la vista del presbiterio e dello spazio della predicazione da una platea così dilatata.

La vocazione artigianale della chiesa è richiamata anche dalla sua titolazione al santo falegname. Ogni cappella era sostenuta da una corporazione che si accollava l’obbligo del suo mantenimento e che si impegnava in speciali funzioni nel giorno del relativo patrono.

La chiesa di San Giuseppe

Grandi opere di rinnovamento nel XVIII secolo

La chiesa fu oggetto di una grande opera di rinnovamento nel corso del Settecento. Si voleva aggiornare la sua decorazione alla luce del nuovo gusto, commissionando dipinti ai maggiori artisti locali. Il bresciano Giovanni Antonio Cappello, allievo del Baciccio a Roma, consegnò la pala maggiore con la l’Assunzione della Vergine e san Giuseppe (1719) e le vivaci stazioni della Via Crucis (1713).

Proprio per il carattere eterogeneo dei titolari delle cappelle – bottegai e nobili, ecclesiastici e corporazioni – la chiesa di San Giuseppe ospita al suo interno dipinti e sculture di caratteri molto vari, specchio della complessità di un periodo e di un gusto tutt’altro che uniforme.

Ecco perché convivono dipinti elegantissimi e di influsso classicheggiante, come il Gesù tra le sante Caterina da Bologna e Margherita da Cortona del bolognese Ferdinando del Cairo (quinto altare a sinistra) e il Sant’Omobono di Giacomo Zanetti del 1737 (decima cappella a sinistra, dei sarti), molto più popolare e privo di eleganze, ma assai diretto nella comunicazione emotiva.

Nella quinta cappella a destra, Pietro Scalvini dipinge uno dei capolavori del rococò bresciano, la Pala sant’Apollonia (1761): la tela è ammirata per la luminosità del colore e la freschezza della pennellata, così differente dallo stile classicheggiante verso cui era più orientata la committenza bresciana di stampo nobiliare.

Nel nono altare a sinistra, l’altro maestro del barocchetto bresciano, Francesco Savanni, lascia la Pala di san Guglielmo, patrono dei fornai (1753), con l’elegantissimo santo centrale che distribuisce il pane ai poveri.

La chiesa di San Giuseppe

La cripta

Culmine di questi lavori è la grande cripta rialzata, dedicata ai santi Ursicino e Rocco, che fu affrescata a fine Settecento dal pittore Sante Cattaneo e, nelle volte, da Pietro Ferrari; le raffinate figure monocrome assecondano una moda assai in voga nelle chiese cittadine, soprattutto in quella della Pace.

La chiesa di San Giuseppe

Il celebre organo Antegnati

L’organo è una delle creazioni più celebri della bottega degli Antegnati (1581), restaurato e ancora utilizzato per concerti e festival musicali dedicati alla famiglia di organari bresciani. La vocazione musicale della chiesa è attestata dalle sepolture di importanti personaggi della musica italiana: vi sono sepolti Costanzo Antegnati, Benedetto Marcello e Gasparo da Salò.

La chiesa di San Giuseppe

Alcuni dipinti, per il loro valore, furono spostati nella Pinacoteca Tosio Martinengo, tra cui una Pietà di Romanino e il grandioso Cristo che cade sotto il peso della croce di Moretto, originariamente affrescato sulla grande lunetta che chiude la navata destra; si può ancora individuare parte del disegno e del colore, sopravvissuto allo strappo.

Altri dipinti, invece, sono ricoverati nell’attiguo Museo Diocesano, tra cui il ciclo dei Dodici Apostoli di Antonio Cifrondi, a figura intera, grandi santi umanissimi e dai tratti somatici concreti e popolani (inizio XVIII secolo).

I tre chiostri, di dimensione assai differenti, sono ancora visitabili. Parte del monastero ospita il Museo Diocesano di Arte sacra, di grande importanza come complemento alla visita della Pinacoteca Tosio Martinengo per quanto riguarda, soprattutto, la pittura del Sei e del Settecento.

Fiorenzo Fisogni

Fotografie di Nicol Pini